Il senso della ricerca

603967_578817582137388_710416248_nNella scena finale di Excalibur, il bellissimo film di John Boorman, vediamo Artù e Merlino sulla torre del castello di Camelot mentre osservano un tramonto rosso fuoco. L’età aurea della Cavalleria volge al termine, quando ancora una volta il vecchio Re chiede consiglio al suo saggio amico. Il mago però risponde: “questo è il tempo che finalmente doveva giungere, il tempo in cui devi essere Re e solo”.

Dal nostro punto di vista, questa scena offre un’importante chiave di lettura per comprendere il nostro tempo, l’età oscura in cui noi, oggi, affrontiamo il vivere quotidiano. Giunge un momento nella vita in cui il genitore deve lasciare la guida del figlio, affinché questi possa divenire a sua volta uomo. Questo passaggio corrisponde alla capacità da parte del giovane di ritrovare da solo, dentro di sé, quella Saggezza che prima lo guidava dall’esterno attraverso le parole e l’esempio dei genitori. Non si può restare per sempre fanciulli.

Le persone passano la maggior parte della vita a guardare fuori di sé, anche quando si mettono (o si illudono di farlo) alla ricerca dello Spirito. Può sembrare paradossale per un’epoca dominata dall’individualismo come la nostra, ma l’uomo ha perso la fiducia in sé stesso perché non è consapevole del mistero della sua Anima, e perché non si “possiede” veramente. Il nostro senso dell’io nasce quindi come riflesso lunare del mondo esterno.

Questo ci pone in una condizione di profonda passività rispetto allo svolgersi della vita. E’ dunque necessario che l’uomo, finalmente, impari a conoscere sé stesso non in maniera astratta, ma concretamente, giungendo a sperimentare l’essere nel profondo di sé stesso, ritrovando il proprio centro immortale.

Si tratta, in altre parole, di non cercare di tornare indietro rinnegando l’individualismo nel quale siamo precipitati, ma al contrario di assumerlo positivamente, di “cavalcare la tigre”, di portarlo “oltre”, fino a sperimentare l’individuo assoluto di evoliana memoria.

1609988_461700500642217_4351225949704230435_nOsserviamo la ruota del tempo: un bosco avvolto nel buio e nel gelo dell’inverno, tutto appare privo di vita, eppure se guardiamo oltre tutto ciò e non lasciamo che il nostro cuore venga sopraffatto dalla struggente nostalgia per l’estate ormai trascorsa, possiamo renderci conto di come nelle profondità della terra pulsi una fiamma che permette al seme di morire e poi rinascere. Il sole che ieri contemplavamo in alto nel cielo (età dell’oro), ora splende nella terra (età del ferro) e cioè, alchemicamente, dentro di noi. Come il fanciullo deve restare solo per divenire uomo, così la potente luce del sole deve tramontare affinché le stelle possano apparire in cielo.

È per tutto questo, che noi siamo convinti che quello in cui viviamo sia ancora una volta il tempo della Cavalleria,  poiché in essa si incarnò e ancora si incarna l’essenza dell’ascesi eroica.

Nell’uomo individualizzato del tempo presente c’è, potenzialmente, lo spirito del cavaliere errante che, accompagnato dalla morte e dal diavolo nel suo peregrinare solitario, avanza nella foresta oscura (il labirinto) per giungere a ridestare, dopo mille avventure, la sua Dama-Anima. Solo chi è giunto a tanto, solo chi ha compiuto quest’opera di risveglio (o di purificazione alchemica), può giungere ad un contatto reale con lo Spirito, fuor da ogni credenza dogmatica o da ogni slancio mistico – sentimentale, ed essere dunque consacrato Re.

Il Cervo Bianco, che solo il più nobile tra i cavalieri può cacciare, è simbolo dell’Anima purificata, “Janua Coeli”, ma anche di quella bellezza trascendente che, offrendo all’uomo il presentimento dell’Eternità, lo spinge a mettersi in viaggio fino a varcare le colonne d’Ercole del conosciuto, così sfidando l’Infinito: l’essenza stessa della vita umana, quello spirito d’avventura che nobilita la nostra esistenza. È l’amore per la propria Dama, la Bellezza appunto, che ispira la ricerca del Cavaliere: non un senso di sconfitta, di insoddisfazione, ma il sublime ricordo di una naturale dignità.

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