La Purificazione della Volontà

L’impurità della volontà consiste nell’ “eteronomia”, cioè nel suo venire determinata da altro che da se. Nella cultura occidentale, a causa della estroversione imperante, si è irradicato il convincimento che ogni azione debba avere una “ragione sufficiente”, ossia ci debba essere un motivo o una causa per il suo avvenire o non avvenire, per il suo avvenire così e non altrimenti, e si è giunti sino a pensare che le cose non vadano in maniera diversa per lo stesso atto divino. È precisamente un tale modo di azione che viene detto impuro. Infatti in esso l’azione trae la propria iniziativa non da sé, ma da un motivo, ragione, impulso, oggetto attraverso appetito o avversione, ecc. In esso la volontà nel voluto non vuole solamente e nudamente sé stessa, ma altro, onde è propriamente da dirsi che essa è voluta da altro. Ciò è il sakamakarma degli orientali: azione secondo desiderio, azione che non è per sé stessa, ma per quanto ne procede. La purificazione qui si connette, invece, al convincimento che la “ragione sufficiente” di una affermazione può essere l’affermazione stessa, peperò al concetto di un atto che sia fatto di sola, pura iniziativa creatrice. Anche di questo in un passo dell’Eckhart si può trovare la migliore espressione: “da questo più profondo principio tu devi agire le tue opere, senza un perché. Io lo affermo decisamente: finché operi le tue opere per il regno dei cieli, per Dio o la tua santità, peperò spinto da altro (von aussen her), fino allora tu non sarai realmente nel giusto. ..se chiedi ad un vero uomo, ad un uomo che agisce dal suo profondo: perché operi le tue opere? Egli ti risponderà giusto solo se dirà: non agisco, che per l’azione stessa”.
Qui è assai importante notare che l’esigenza della purificazione investe sia il puro che l’impuro, sia il buono che il cattivo, in una parola: non dei termini particolari ma l’insieme delle coppie degli opposti. La purità di cui è questione significa piena autonomia, puro possesso di sé, e rispetto a ciò il legame al “buono”, al sacro, ecc. non è migliore di un qualsiasi altro legame: se quel che dagli uomini viene chiamato buono o puro incatena la volontà, questa è da dirsi parimenti impura. Onde in tale ordine ricorrono espressioni come lavarsi, denudarsi. Afele panta: bisogna mondarsi di tutto, dell’alto come del basso, dello spirituale come del materiale, bisogna ridurre la volontà alla sua nuda essenza, poggiante soltanto su sé stessa. Una volta giunti a ciò, tutto diviene egualmente puro, così come prima di ciò tutto è parimenti impuro. È che in un tale ordine il puro non va detto delle cose in sé stesse, ma di un modo di viverle, misura del quale è l’autarchia, onde nell'essere costretti a chiamare qualcosa impuro si esprime soltanto il segno della propria impurità.
Qui una particolare sottile disciplina è richiesta per il compimento dell’esigenza. Infatti, come garantire che ciò che si vuole proceda realmente dall'incondizionato e non da un oscuro, inafferrabile insieme di inclinazioni ed impressioni radicato nel subcosciente? La risposta è: approfondimento interiore, fare progressivamente affiorare nella luce della coscienza tutto ciò che prima ad essa si sottraeva. Anche fra noi, oggi, si comincia a lavorare su questa direzione con la psicoanalisi. Di là da ciò, vi sono metodi di controllo basati sul principio, che a seconda che l’azione sia conforme o meno ad una inclinazione nascosta, s’ingenera piacere o contrarietà. Così non basta credere che l’alternativa ci sia indifferente, occorre mettere da parte la propria volontà e provare a lasciar decidere al caso; per esempio al cadere in un verso o nell’altro di una moneta. Nel sentimento che ne risulta ed estendendo questa disciplina ad una materia che sempre più intimamente ci riguardi, si avrà un reale strumento segnalatore del progresso o regresso lungo la via della purificazione della volontà.
In generale: occorre saper rinunciare ad ogni cosa non appena si senta che ci diviene necessaria, non appena si scopra un desiderio o compiacimento per essa; OCCORRE FARE PER PRINCIPIO NON CIO’ CHE CI PIACE, MA CIO’ CHE CI COSTA, PRENDERE PER PRINCIPIO SEMPRE LA LINEA DI MAGGIOR RESISTENZA E, CON QUESTO, RENDERE SEMPRE PIÙ’ FORTE E PIÙ’ PURA LA VOLONTÀ’, SEMPRE PIÙ’ ENERGICO IL POSSESSO DI SE. Disciplina dura, alla quale difficilmente ci si saprebbe adeguare quando non si riesca a sentire nel nudo volere in autarchia un motivo più forte ed un piacere più vasto e vivo di quanto ci possano offrire mai le cose in sé stesse. In ogni caso, essa conduce ad un punto assai difficile, il cui riflesso è appunto la difficoltà che la comune coscienza incontra nel concepire un’azione, là dove non vi sia più un perché a provocarla. Si prova come se tutto l’essere interiore si fosse cristallizzato, così che alcun gesto sia più possibile: è come una paralisi, una afasia assoluta, che contrasta dolorosamente con il senso dell’interna possibilità. Quasi che si avesse qualcosa da dire e pertanto la bocca rimanesse muta e chiusa al comando. L’esperienza di un tale stato interiore dà il segno della purificazione e per essa l’individuo conosce quanto poco ciò che chiamava sua azione era veramente sua, quanto una reale iniziativa era assente dalla sua vita abituale, superiore od inferiore, e lui non un autore, ma un fantoccio, un medium sventolato da forze straniere. Sappia pertanto l’Io, di là da ciò, trovare un sopravanzo di forza, sappia egli malgrado tutto agire, allora egli si è conquistato il principio di una vita superiore, una potenza che sta di là dal suo essere fatto di dipendenza, di contingenza e di finitudine, e la porta per quel più alto compimento, che è relativo alle restanti purificazioni, gli è dischiusa.
Tratto da “I saggi di Bilychnis” di Julius Evola, ed. Ar

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