Lev-Tolstoj

Lev Tolstoj – Il pensiero dell’auto-distruzione

E poi accadde ciò che accade a chiunque soffra di un fatale morbo interno. In principio appaiono dei sintomi di malattia insignificanti a cui il malato non fa attenzione; in seguito questi sintomi si presentano sempre più spesso finché sfociano in un periodo di sofferenza ininterrotta. La sofferenza aumenta e, prima che il malato possa guardarsi intorno, quella che egli aveva preso per una semplice indisposizione è già diventata più importante per lui che qualunque altra cosa al mondo: è la morte! A me accadde proprio così. Mi resi conto che non era una indisposizione accidentale ma qualcosa di molto importante , e che se queste domande si ripetevano continuamente bisognava dargli risposta. Le domande sembravano così stupide, semplici domande da bambino; ma appena le sfioravo e cercavo di risolverle immediatamente mi convincevo che, primo, non erano stupide e da bambino ma le più importanti e profonde domande della vita; e secondo che, per quanto provassi, non riuscivo a risolverle. Prima di occuparmi del mio possedimento di Samara, dell’educazione di mio figlio o di scrivere un libro, dovevo sapere perché lo stavo facendo. Finché non sapevo perché, non potevo far niente, e non potevo vivere. Tra i pensieri riguardanti l’amministrazione del possedimento , che in quel periodo mi occupava molto, all'improvviso sorgeva la domanda: “bene, avrai 6.000 desjatine di terra nel Governo di Samara e 300 cavalli, e allora?”… ed ero sconcertato e non sapevo cosa pensare. Mentre facevo dei piani per l’educazione dei miei figli, mi dicevo: “A che scopo?”, o mentre consideravo come i contadini sarebbero potuti diventare ricchi, mi dicevo: “Ma a me cosa me ne importa?”, o quando pensavo alla fama che le mie opere mi avrebbero procurato, mi dicevo: “molto bene: sarai più famoso di Gogol o Puskin o Schakespeare o Molière, o di tutti gli scrittori del mondo, e allora?”, e non trovavo risposta. Le domande non potevano aspettare, dovevano avere una risposta immediata, e se non rispondevo era impossibile vivere. Ma la risposta non c’era. Sentivo che le basi erano crollate e che mi mancava il terreno sotto i piedi.
Quello su cui avevo vissuto non esisteva più e non rimaneva più niente. La mia vita era arrivata ad un punto morto. Ero in grado di respirare, mangiare, perché non c’erano desideri la cui realizzazione io potessi considerare ragionevole. Se desideravo qualcosa, sapevo in anticipo che, avessi o non soddisfatto il mio desiderio non ne sarebbe venuto fuori niente. Se una fata fosse venuta ad offrirsi di realizzare i miei desideri non avrei saputo cosa chiedere. Se in momenti di ebrezza sentivo qualcosa che, sebbene non fosse un desiderio, era un’abitudine lasciata dai desideri di un tempo, nei momenti di lucidità sapevo che questo era un inganno e che in realtà non c’era niente da desiderare. Ero arrivato al punto che io, uomo sano, fortunato, sentivo di non poter più vivere: una forza irresistibile mi spingeva a disfarmi della vita in un modo o nell'altro. Non posso dire che mi volevo uccidere. La forza che mi trascinava via dalla vita era più forte, più completa e più grande di un semplice desiderio. Era una forza simile a quella che prima mi faceva lottare per vivere, solo in direzione opposta. Tutta la mia energia mi allontanava dalla vita. Il pensiero dell’auto-distruzione ora mi veniva con la stessa naturalezza con cui prima pensavo a come migliorare la mia vita. E tutto questo in un momento in cui ero circondato da quella che viene considerata buona fortuna. Non avevo ancora cinquantanni, avevo una buona moglie che mi amava e che amavo, dei buoni figli ed una vasta proprietà che cresceva e prosperava senza molto sforzo da parte mia. Ero più rispettato dai miei parenti ed amici di quanto lo fossi mai stato prima. Ero apprezzato dagli altri e senza auto-ingannarmi troppo potevo considerare famoso il mio nome. E lungi dall'essere matto o mentalmente malato, godevo al contrario di una forza fisica ed intellettuale come ho raramente incontrato tra uomini della mia razza; fisicamente potevo competere con i contadini nella mietitura e mentalmente ero in grado di lavorare per 8 o 10 ore di seguito senza risentire dello sforzo.
"Confessioni" di Lev Tolstoj

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: