Anno 1 – Numero 4 – Inverno 2014

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Editoriale – “La filosofia non serve a nulla, dirai; ma sappi che proprio perché priva del legame di servitù, è il sapere più nobile.”

Questo è quanto sosteneva Aristotele. Un'asserzione nella quale c'è molto di vero e di assolutamente condivisibile. Il tentativo di indagare e comprendere l'Essere e la realtà, nella sua duplice declinazione fisica e metafisica, costituisce una delle più ispirate ed ispiranti attività a cui l'Uomo possa dedicarsi.

Eppure, l'ermetista non è un filosofo. Sebbene il cercatore sappia che, per dirla con Carl Gustav Jung, “Il viaggio più difficile di un essere umano è quello che lo conduce dentro se stesso alla scoperta di chi veramente egli è”, gli è parimenti noto che tale impresa, per avere la minima possibilità di successo, non può arrestarsi alla semplice speculazione intellettuale, per quanto acuta e raffinata essa possa essere.

L'ermetista, a nostro modo di vedere, per definirsi tale deve innanzitutto essere un operatore. Difatti, al pari di Ermes, che fungeva da collante tra gli dei e gli uomini, egli alimenta e tiene in vita il collegamento tra l'alto e il basso, tra il mondo dello spirito e quello della materia, attraverso un'azione lucida, costante, rigorosa. Tenendosi alla larga da ogni forma di ipse dixit, di dogmatismo e di atteggiamento fideistico, il cercatore persegue la via dell'anima cosciente, e pur rispettando e riconoscendo il valore di quanto elaborato e tramandato in molteplici forme da chi lo ha preceduto nella cerca, in quanto scienziato dello Spirito egli è ben conscio che ogni teoria è un'ipotesi la cui validità va verificata sperimentandola in prima persona. “Post laborem scientia”: la Conoscenza si consegue in seguito all'esperienza, alle cicatrici maturate sul campo. Una conoscenza che sia frutto di un atteggiamento solare, propositivo, guerriero, che nasca dalla neutralità e dal silenzio dell'anima: elementi indispensabili per far sì che la percezione della realtà non venga distorta dagli allettanti seppur ingannevoli richiami del misticismo e dalla medianità.

D'altro canto, il termine sapienza deriva dal verbo latino “sapio”, che ha il significato di “assaporare”. L'etimo ci indica quindi che la Conoscenza, nella sua accezione più profonda, non ha nulla a che vedere con il sapere inteso in senso puramente teoretico. Un'antica massima alchemica ci insegna infatti che se si vuol conoscere intimamente una cosa, bisogna divenire quella cosa, cibarsi di essa, ovvero assaporarla.

Condizione imprescindibile all'evoluzione spirituale dell'Uomo è quindi la diretta e consapevole interazione di quest'ultimo con la realtà fenomenica, attraverso l'azione, interiore ed esteriore, che se portata avanti con metodo e rigore, conservando nel tempo uno stato di assoluta centralità, di presenza a se stessi, di ferma calma interiore, non può non produrre effetti “oggettivamente” riscontrabili. E' possibile difatti, mutatis mutandis, applicare le categorie del metodo scientifico allo studio del mondo interiore dell'Uomo, poiché come Ermete Trismegisto incise sulla sua Tavola Smeraldina: “Ciò che in basso è come ciò che è in alto, e ciò che in alto è come ciò che è in basso, per adempiere i miracoli della cosa una”. In altre parole, le leggi che regolano macrocosmo e microcosmo, seppur apparentemente inconciliabili, non possono invece che essere affini. Il cercatore deve perciò porsi nei confronti dell'osservazione di sé così come uno scienziato si pone nei confronti del suo esperimento, la cui evoluzione nel tempo egli osserva impersonalmente, con scrupolosità e distacco scevro da qualsiasi influenza e condizionamento sia esterno che interno. Bisogna, in altri termini, ritornare fanciulli, per essere in grado di guardare con occhi puri.

E' in siffatte condizioni che l'Uomo può realmente riuscire a conseguire l'agognato ricordo di sé, riscoprendo il suo Io profondo, il suo Nume, la propria essenza divina e immortale. E' così che egli può arrivare a sublimare se stesso, trasformando il veleno in farmaco, giungendo infine a trasmutare il piombo in oro. Di tutto ciò, noi siamo fermamente convinti. Così come siamo convinti che, come ci insegna la dottrina ermetica, il primo passo sulla via della Conoscenza consiste nel “separare il sottile dallo spesso”. Ciò vuol dire che se vogliamo giungere ad una reale percezione spirituale, dobbiamo anzitutto trasformare il nostro organo di conoscenza, il pensiero, percependone l'essenza profonda di là dall'ordinario processo razionale. Il Sapere, nel senso più alto del termine, richiede l'accesso ad un più elevato stato di coscienza. Non si può restare quel che si è, pretendendo al contempo di sollevare il velo del Mistero.

IlCervoBianco

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