Anno 0 – Numero 2 – Novembre 2013

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Editoriale – Perché cercate tra i morti, Colui che è vivo? La tradizione non è un testo di duemila o di tremila anni fa. Questo è solo la veste, che lo Spirito ha assunto per parlare all’uomo di quel tempo. La Tradizione, dal latino tradere, non è il contenuto della trasmissione, ma l’atto stesso del trasmettere. È la comunicazione, che attribuisce Forza e Vita alla parola. Tradizione è uno stato interiore, che potremmo definire “mercuriale”, nel quale è possibile percepire il trascendente che si rivela nell’immanente, il Logos solare che si fa carne. Solo chi è giunto in questo “luogo interiore” può avvertire la presenza dello Spirito e ritrovare la Forza che dava vita alle parole di tanto tempo fa. Fuori da ciò, la tradizione diviene dogma, religione, nostalgia archeologica per un passato che, come direbbe Nietzsche, finisce con l’avvelenare la vita. Dobbiamo penetrare il segreto degli alberi (che poi è lo stesso delle nostre schiene), il movimento equilibrato, ritmato, tra una spinta che si apre nella terra ed un’altra che si slancia verso il cielo: il segreto della vera calma.
Il problema sta nella nostra mente prigioniera della dialettica, che ci induce a pensare l’eternità come rigidità, invece che come qualcosa di fluido: la Tradizione è ciò che cambia, senza mai mutare. Ma come è possibile che qualcosa cambi senza mutare? La risposta a questa domanda può venire solo dalla pratica interiore, che restituisca al pensiero la vita, il movimento, permettendogli di ritrovare in ogni cosa il suo contrario.
Come un alpinista, dobbiamo imparare a rimontare sul caos del pensare ordinario, imprigionato negli schemi che reggono la nostra descrizione del mondo. Ascendere fino a raggiungere, attraverso irti sentieri di montagna, la vetta solitaria ed innevata, dove solo l’eroe sa tenere il cuore fermo e resistere alla vertigine ed ai venti d’alta quota. Qui, come recita un’antica formula rituale, nel più profondo SILENZIO interiore, muore il nome e sorge il Nume; si ridesta il Dio nascosto nel centro esatto del nostro essere.

Possiamo passare una vita alla ricerca della tradizione ininterrotta oppure del maestro perfetto, ma l’unico vero contatto col Sacro può avvenire se riusciamo a ritrovare la via che conduce al centro di noi stessi, se impariamo a trascendere il pensiero ordinario fino a raggiungere la sorgente metafisica da cui esso sgorga come una Forza pura. Solo in questo modo, riusciremo a penetrare in quel cielo precluso alla curiosità profana, in cui è possibile un contatto vivente con lo Spirito. Questa è la sfida che ci pone il nostro tempo dominato dall’individualismo: scavare più a fondo nel deserto, per giungere in contatto con la sorgente da cui l’acqua sgorga pura. Impresa alchemica ed eroica, che ci insegna non a rifuggire l’oscurità in nome di un principio superiore, ma ad affrontare le tenebre per riuscire a scorgere la Luce che vi è nascosta. Come abbiamo già avuto modo di dire, questo è il tempo del Cavaliere errante, che avanza da solo in cerca di avventure. È il tempo eroico di chi vuole sollevare il velo sul mistero di se stesso. In una formula ispirata al libro egizio dei morti, leggiamo: “Io sono l”Oggi, Io sono l’Ieri, Io sono il Domani. Attraverso numerose rinascite resto giovane e vigoroso. Io sono l’anima divina e misteriosa, che gli Dei crearono in un tempo non lontano e la cui essenza nascosta nutre la divinità dell’oriente e dell’occidente…in verità io stesso sono il Sole! In verità il Sole sono io stesso! Io stesso ho cesellato nel cristallo il firmamento…un Dio grande, infinito, si sveglia misteriosamente nel mio cuore…”

IlCervoBianco

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