Anno 1 – Numero 1 – Primavera 2014

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Editoriale – Lo scorso 17 febbraio ricorreva il 414mo anniversario della morte di Giordano Bruno, il grande filosofo nolano che, con l’esempio della sua vita, ci indica la necessità di uscire dalla palude del dogmatismo. Attraverso l’arte della memoria, potente disciplina del pensiero, egli ci mostra la via per liberare la mente dai contenuti psichici che inconsciamente la condizionano, così come dalle emozioni e dalle passioni che, coinvolgendola, le impediscono di essere realmente libera. Platone scriveva che conoscere è ricordare, ma affinché questo ricordo possa essere veritiero è necessario che la mente sia raccolta nel più profondo silenzio interiore, che l’Anima possa pervenire ad una esperienza impersonale di sé stessa. Questo importante lavoro di purificazione deve precedere un serio cammino iniziatico, che nasca da una reale aspirazione alla Conoscenza e non dal bisogno di sfuggire alla vuota routine della vita quotidiana, così come la morte del seme è necessaria premessa per lo sviluppo della pianta. Nel sesto libro dell’Eneide, leggiamo di Enea che, dovendo conoscere la propria missione, deve entrare in contatto con lo spirito di suo padre (il Sé profondo). La Sibilla gli dice che la via che conduce nel regno degli inferi è sempre aperta, ma che se è facile accedervi, molto più complesso è uscirne senza smarrire il senso della realtà inseguendo le ombre delle illusioni. Per riuscire in questa impresa occorre un lavoro di purificazione (seppellire il cadavere di Miseno che rende impura la flotta), così come una padronanza della luce eterea di cui son fatte le immagini della mente (ritrovare il ramo d’oro). Questi risultati devono essere ottenuti nella vita di veglia, prima di intraprendere il viaggio nella interiorità della propria “terra”. Se il primo scopo del cammino iniziatico è giungere al risveglio dell’Anima, rompendo la catena di azione/reazione che ci vincola al sonno della meccanicità, bisogna anzitutto rompere con l’attitudine della mente a cercare uno schema. Ciò che rende efficace un esercizio spirituale, infatti, è la consapevolezza, l’iniziativa interiore, con cui lo intraprendiamo. Dobbiamo, in altre parole, essere noi a volerlo, ad assumerlo positivamente, e non semplicemente ad eseguirlo perché così ci è stato prescritto. La volontà è tutt’altra cosa rispetto al desiderio che normalmente guida le nostre azioni. Quest’ultimo, infatti, è un fuoco incostante, irregolare, che aumenta e decresce in continuazione spingendoci da una parte all’altra come una foglia in balia del vento. Lo schema del desiderio è spingerci ad ottenere qualcosa che, dopo poco, inevitabilmente tendiamo a distruggere, a negare, per desiderare qualcos’altro. E’ ovvio che spezzare questo meccanismo non è impresa facile, ma fin dall’inizio del proprio cammino occorre avere ben chiaro questo schema inconscio per poterlo riconoscere, osservare e lentamente smascherare. Un’altra illusione, che dobbiamo riconoscere in noi fin dall’inizio, è quella che ci spinge a cercare la libertà, ma che inevitabilmente ci fa ricadere sempre nella logica del “gregge”. L’ermetismo, abbiamo ripetuto più volte, è una Ricerca libera ed in quanto tale deve poter spaziare in ogni direzione per poter “rubare” (il dio Mercurio era anche il protettore dei ladri) ciò che più serve al nostro cammino. Ciò che accade il più delle volte, invece, è che ci andiamo ad intrappolare in una gabbia mentale. In nome di una pretesa “ortodossia iniziatica” finiamo col diventare come dei bravi parrocchiani, ci leghiamo, o per meglio dire ci vincoliamo, alla parola di questo o quel maestro tramutando i loro insegnamenti, che hanno un valore in quanto pratica da sperimentare sulla nostra pelle, in articoli di fede da assumere più o meno ciecamente. L’insegnamento di Kremmerz, di Steiner, di Scaligero, di Evola, di Gurdjieff e altri sono percorsi ermetici, ma non sono l’Ermetismo. Assumere acriticamente la parola di queste guide, soprattutto farne la stella polare del nostro cammino, significa negare quell’autonomia dell’Io di cui tanto orgogliosamente ci riempiamo la bocca. Il mistero da svelare non sta nelle parole di un maestro o dell’altro, ma nella nostra Anima: lo diciamo, ce lo ripetiamo, ma poi puntualmente ce lo dimentichiamo tutte le volte in cui abbiamo quasi paura di sollevare il capo oltre il nostro orticello, quando per valutare un problema o prendere una decisione ci diciamo: “Cosa ne penserebbe Steiner, oppure Kremmerz?”.
Siccome tutto ciò che accade ha sempre un senso, un significato profondo, la solitudine esistenziale dell’uomo moderno, la perdita di un contatto diretto e chiaro con il sacro, ha avuto il compito di sviluppare nell’uomo una maggiore presa di coscienza di se stesso. Come dire che i nostri genitori, gli dei, ci hanno lasciato andare affinché potessimo diventare uomini, affinché, lontani dalla potente luce del Sole spirituale, potessimo riconoscere il Sole che splende dentro di noi.
Rinunciare a questa autonomia, voltarsi dietro per cercare la mitica età dell’oro, significa restare bambini e non voler crescere.
Noi siamo nel tempo dei cavalieri erranti, soli e senza guide manifeste. Questa solitudine, tuttavia, ci permette di accrescere la percezione di noi stessi, di conoscere il nostro Io profondo, di comprendere che l’unica cosa che realmente conta, “romanamente” diremmo, è la pratica, l’azione interiore che ci permette di ritrovare un contatto diretto e cosciente con il sacro, fuori dal quale esiste solo la confusa nebbia del misticismo. La pratica è il punto critico della Ricerca ed è l’unica cosa che, pur nella differenza dei metodi, accomuna tutti i veri cercatori. La consapevolezza che una cosa è “essere” lo spirito, meta di chiunque si mette in cammino libero da preconcetti, un’altra “sognare” lo spirito, condizione di chi è talmente fossilizzato in sé stesso e nei meccanismi che determinano i suoi pensieri e le sue credenze da non riuscire a fare un passo oltre.
Il 21 marzo, data di uscita della nostra rivista, segna l’ingresso della primavera. Dunque ci pare doveroso svolgere una considerazione sulla grande ruota dell’anno. Osserviamo, dunque, il ritmo della Natura intorno a noi, con la consapevolezza che, come ci suggerisce l’immagine del dio Giano, ogni cosa ha sempre un doppio aspetto, manifesto l’uno e celato l’altro. Guardiamo all’esplodere della vita nel periodo che va dalla primavera all’estate: gli alberi si coprono di frutti e colori, le giornate si fanno calde e luminose, ovunque domina il colore in una espansione di energia vitale che dalla terra si espande nel cosmo. Se tuttavia volgiamo la nostra attenzione a ciò che accade nella profondità della terra, ci accorgiamo che questa è in uno stato di quiete e
di inattività. Se, invece, rivolgiamo lo sguardo a ciò che accade nel periodo che va dall’autunno all’inverno, osserviamo come la vita estiva progressivamente muore, gli alberi si fanno spogli e coperti di neve, le giornate diventano buie e fredde mentre i colori si spengono nel grigio.
Questo è ciò che possiamo osservare intorno a noi, ma se anche in questo caso non ci arrestiamo a ciò che appare e rivolgiamo invece lo sguardo in profondità, allora ci accorgiamo che è proprio in questo momento che nella profondità della terra la vita pulsa potente e permette al seme di morire per tramutarsi nella pianta che sarà. Dunque, a chi sa guardare oltre la soglia delle apparenze, risulta chiaro come alla massima attività esterna (età dell’oro) corrisponde la quiete interiore, mentre alla massima “morte” esteriore (età del ferro) corrisponde invece la massima attività interiore. Se in estate l’uomo ha il compito di contemplare il manifestarsi della vita, d’inverno l’uomo ha il compito di agire interiormente. È paradossale, ma da tutto questo ne possiamo
ricavare che è proprio quando rimaniamo soli, senza una guida, senza più un contatto diretto con il mondo dello Spirito, quando l’oscurità sembra trionfare ovunque, che in realtà lo Spirito dentro di noi (la profondità della terra) è massimamente attivo ed attende di essere incontrato da colui che, Cavaliere errante, ha il coraggio di varcare la soglia della notte. Se un tempo, infatti, si trattava di restare svegli per attendere il ritorno del Sole, oggi ci spetta il compito di avanzare nell’oscurità, di camminare come i Re magi per incontrare, nel punto di maggiore profondità, il seme della Luce che sta per rinascere e riconoscere che questa Luce, in realtà, è la nostra stessa Luce. Buon equinozio di primavera.

IlCervoBianco

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