Anno 0 – Numero 0 – Settembre 2013

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Editoriale – Nella scena finale del bellissimo film Excalibur di John Boorman, vediamo Artù e Merlino sulla torre del castello di Camelot mentre osservano un tramonto rosso fuoco. L'età aurea della Cavalleria volge al termine, quando ancora una volta il vecchio Re chiede consiglio al suo saggio amico. Il mago però risponde: “questo è il tempo che finalmente doveva giungere, il tempo in cui devi essere Re e solo”.
Dal nostro punto di vista, questa scena offre una importante chiave di lettura per comprendere il nostro tempo, l'età oscura in cui noi, oggi, affrontiamo il nostro vivere quotidiano.
Giunge un momento nella vita in cui il genitore deve lasciare la guida del figlio, affinché questi possa divenire a sua volta uomo. Questo passaggio corrisponde alla capacità da parte del giovane di ritrovare da solo, dentro di sé, quella Saggezza che prima lo guidava dall'esterno attraverso le parole e l'esempio dei genitori. Non si può restare per sempre fanciulli.
Le persone passano la maggior parte della vita a guardare fuori di loro, anche quando si mettono, o si illudono di mettersi, alla ricerca dello Spirito. Può sembrare paradossale per un'epoca dominata dall'individualismo come la nostra, ma l'uomo ha perso la fiducia in sé stesso perché non è consapevole del mistero della sua Anima e non si possiede veramente. Il nostro senso dell'io nasce come riflesso lunare del mondo esterno.
Questo ci pone in una condizione di profonda passività rispetto allo svolgersi della vita. E' necessario che l'uomo, finalmente, impari a conoscere sé stesso non astrattamente, ma concretamente, giungendo a sperimentare l'essere nel profondo di sé stesso, ritrovando il proprio centro immortale.
Si tratta, in altre parole, di non cercare di tornare indietro rinnegando l'individualismo nel quale siamo precipitati, ma al contrario di assumerlo positivamente, di “cavalcare la tigre”, di portarlo oltre fino a sperimentare quell'individuo assoluto di evoliana memoria.
Osserviamo la ruota del tempo: un bosco avvolto nel buio e nel gelo dell'inverno, tutto appare privo di vita, eppure se guardiamo oltre tutto ciò e non lasciamo che il nostro cuore venga sopraffatto dalla struggente nostalgia per l'estate ormai trascorsa, possiamo renderci conto di come nelle profondità della terra pulsi una fiamma che permette al seme di morire e rinascere.
E' inverno, il sole che ieri contemplavamo in alto nel cielo (età dell'oro), ora splende nella terra (età del ferro) e cioè, alchemicamente, dentro di noi. Come il fanciullo deve restar solo per divenire uomo, così la potente luce del sole deve tramontare affinché le stelle possano apparire in cielo.
È per tutto questo, che noi siamo convinti che quello in cui ci troviamo a vivere sia ancora una volta il tempo della Cavalleria, fuor da ogni moda carnevalesca, poiché in essa si incarnò e si incarna l'essenza dell'ascesi eroica.
Nell'uomo individualizzato del presente tempo c'è, potenzialmente, lo spirito del cavaliere errante che, accompagnato nel suo peregrinare solitario dalla morte e dal diavolo, avanza nella foresta oscura (il labirinto) per giungere a ridestare, dopo mille avventure, la sua Dama-Anima. Solo chi è giunto a tanto, solo chi ha compiuto quest'opera di risveglio (la purificazione alchemica), può giungere ad un contatto reale con lo Spirito, fuor da ogni credenza dogmatica o da ogni slancio mistico – sentimentale, ed essere consacrato Re.
Il Cervo Bianco, che solo il più nobile tra i cavalieri può cacciare, è simbolo dell'Anima purificata, “Janua Coeli”, ma anche di quella bellezza trascendente che, offrendo all'uomo il presentimento dell'Eternità, lo spinge a mettersi in viaggio fino a varcare le colonne d'Ercole del conosciuto per sfidare l'Infinito: l'essenza stessa della vita umana, quello spirito d'avventura che nobilita la nostra esistenza. È l'amore per la propria Dama, la Bellezza appunto, che ispira la ricerca del Cavaliere: non un senso di sconfitta, di insoddisfazione, ma il ricordo di una naturale dignità.
Quando, un paio d'anni fa, decidemmo con alcuni amici di dar vita al gruppo de IlCervoBianco eravamo mossi da una idea, la stessa che ci anima tutt'oggi, che sintetizzammo in questa immagine: un fuoco acceso nella notte.
Come negli antichi Solstizi pagani, il fuoco rappresenta un centro attorno a cui si raccolgono tutti coloro che sono svegli per raccontare le loro “avventure”. La luce di questa fiamma splende nella notte e richiama quelli che, per altre vie, si son messi in viaggio affinché sappiano di non essere soli. Cercatori che incontrano altri cercatori, uniti dallo spirito stesso della Ricerca: il senso di una superiore fratellanza. Perciò, come sottotitolo di questa rivista, abbiamo scelto lo stesso che fu usato nella evoliana rivista “La Torre”: foglio di espressioni varie e di Tradizione una.
Il nostro gruppo, così come la rivista che ne è l'espressione, si propone di essere un punto d'incontro e di confronto tra tutti i discepoli della grande Arte a prescindere dal percorso di ciascuno.
Mentre l'Europa era in fiamme, dilaniata dalle guerre di religione, Giordano Bruno tentava di opporsi alla follia dogmatica affermando l'interiore libertà che ispira il cercatore ermetico. Libertà a cui, spesso, noi tutti veniamo meno rinchiudendoci nelle nostre torri d'avorio, vere e proprie prigioni mentali, e finendo col trasformare lo spirito delle antiche accademie nella condizione delle più moderne “parrocchie”.
Un'ultima riflessione vogliamo svolgerla intorno al tema del “Silenzio”. Gli alchimisti dicevano post laborem scientia, cioè la conoscenza nasce dalla esperienza, è esperienza. L'Ermetismo, nella sua pratica realizzativa, può essere realmente conosciuto solo da chi dispone il proprio animo nelle migliori condizioni per “ascoltare” ciò che simboli e miti hanno da dire, per separare il significato sottile delle parole da quello grossolano.
Per giungere a tanto, però, occorre un' azione interiore preparatoria, che richiede dedizione e disciplina, qualità che caratterizzano chi è mosso da una profonda aspirazione alla conoscenza, che è ben altra cosa rispetto alla mera curiosità che caratterizza il nostro tempo del “tutto e subito”.
Il Silenzio, dunque, è uno stato interiore che va pazientemente ricostruito, è la condizione nella quale è possibile compiere quell'opera di separazione della forma dall'essenza, dell'aspetto esteriore dal contenuto vivente. In un'antica formula rituale si dice nel silenzio muore il nome e sorge il Nume.
Anche la più potente tecnica operativa, infatti, resta priva di vita, diviene solo un nuovo schema che intrappola la nostra mente, se non se ne afferra il movimento interiore.
Questa conoscenza non può che essere conquista di ciascun cercatore, poiché non esistono parole per poterla comunicare. La Scienza ermetica si difende da sé.
In un tempo in cui la grande diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, permette l'accesso a conoscenze un tempo celate è divenuto necessario rintracciare il filo d'Arianna che permette di non smarrirsi nella babele esoterica. Questo filo, che rappresenta una cosmogonia del tutto nuova, una nuova descrizione del mondo, non può che essere la chiave d'accesso ad un altro tipo di conoscenza, ad un'altra percezione della realtà, senza la quale ogni altro sforzo “operativo” resta solo vanità.

IlCervoBianco

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