Riflessioni sul Rito

Quando ritualmente pronunciamo una formula, si tratta di creare una sorte di dualità dentro di sé, tra un principio che afferma ed uno che ascolta: “Io sento che sto nominando”. La parola corrisponde all'elemento Aria, che deve farsi veicolo del Fuoco dell'intento. Due sono gli elementi fondamentali per realizzare questo processo. Da una parte la capacità delle formule di evocare immagini atte a mantenere fissa l'attenzione (queste immagini, nella maggior parte dei casi, si rifanno a simboli ed archetipi); dall'altra il ritmo che, cadenzando il “passo”, sviluppa armonicamente l'ardo-re della Volontà. Più il Rito è stato consapevolmente utilizzato, maggiore ovviamente risulta la potenza che esso può sviluppare, amplificando quella dell'intento originario.
Mentre realizziamo questo lavoro, mentre il Fuoco dell'intento accende l'aria della parola facendola vibrare di vita, bisogna simultaneamente portare l'attenzione sul proprio corpo. Per meglio dire si deve, mediante il processo della presenza a se stessi, giungere a sentire il proprio corpo eterico, la sensazione della propria aura ma-gnetica che circonda il corpo fisico. In questo campo poi, si deve lasciare espandere la vibrazione delle formule rituali.
Per tale via, il nostro corpo sottile non solo si ridesta dal torpore che lo tiene passivamente identificato al corpo fisico, caricandosi così di energia che lo mette in rapporto con i corpi superiori, ma diviene una sorta di utero in cui l'Intento del Mago si fissa e si realizza.
Per giungere ad una “sensazione” più chiara del proprio corpo eterico, possono essere utilizzati, sempre in via rituale, altri strumenti più fisici. Tra questi il digiuno e la castità, così come l'utilizzo di certi particolari incensi che, bruciando durante l'operazione, permettono l'esaltazione del doppio fluidico il quale, non a caso, è anche chiamato corpo aromale. In questo campo, nelle fasi precedenti al Rito, rientra l'utiliz-zo di stimolanti, che possono andare dalla caffeina a vere e proprie droghe.
Tuttavia il loro impiego risulta assai pericoloso, specialmente se condotto da persone inesperte, e nella maggior parte dei casi, invece di mettere in moto un processo di liberazione, finisce solo col creare più profonde dipendenze e schiavitù.
Una riflessione merita, invece, la questione della castità, che naturalmente nulla ha a che vedere con il concetto di peccato. L'astensione temporanea dall'atto sessuale, come atto di volontà cosciente, determina un attrito con la corrente naturale, che non solo sveglia la coscienza addormentata, la quale credendo di vivere, in realtà si lascia vivere come una foglia in balia del vento, ma permette all'energia vitale di vibrare più intensamente “animando” il corpo eterico. Perché questo lavoro non degeneri, dando vita a tutte le conseguenze negative di un processo di repressione, è necessario da un lato restare il più possibile in uno stato di neutralità interiore, e dall'altro mantenere ferma tutta la propria attenzione sul fine spirituale che ci si prefigge. Per tale via, si raggiunge un superiore livello di purificazione, che permette all'Anima di ascoltare senza fremere, mentre il Fuoco dal profondo ascende per ridestare i corpi sottili dal loro torpore.
L'energia del Rito ha il potere di smuovere la luce astrale, di esaltarla, così da evocare visioni. Se teniamo gli occhi chiusi, ma non solo in questo caso, quella sottile luce che intravediamo nel campo oscuro della mente si intensifica fino a dare corpo a visioni, che oggettivano l'accesso della mente a più profondi stati di coscienza, in cui l'immanente penetra nel trascendente.
Riflessioni sul RitoOccorre, naturalmente, una grande centratura interiore per non lasciarsi ubriacare dalle immagini evocate, per separare ciò che ha il carattere di esperienza reale dalle manifestazioni caotiche del proprio inconscio. Per questa ragione la pratica della magia cerimoniale non può essere disgiunta da un attento lavoro sulla concentrazione interiore, da ciò che i Magi chiamano ignificazione della luce astrale: sviluppare il potere dell'imma-ginazione; la capacità cioè di sciogliere e coagulare la materia sottile ed in perenne moto di cui sono fatti i pensieri ed i sogni.
Il Rito è uno strumento per mezzo del quale si realizza, secondo un movimento circolare, una perfetta corrispondenza tra interno ed esterno. L'intento dà vita all'atto, così che l'atto possa fissare l'intento ed esaltarlo. Dal cuore all'azione, dall'azione al cuore…
Solo chi comprende questa sottile corrispondenza e la legge di analogia che ne è il fondamento, può rendere efficace il Rito. Non la fede, ma la capacità di interiorizzare il gesto, o mutando prospettiva, di esteriorizzare il simbolo. La capacità, in altri termini, di trasmutare l'azione in immagine, ascoltandone il profondo risuonare interiore, o di far vibrare questa immagine a tal punto da coagularla in un movimento fisico. Non comprendere ciò, non realizzarlo come chiave operativa, significa svuotare il Rito di ogni valore, vuol dire farne una cerimonia fine a se stessa.
Accendere una candela ad est, ad esempio, diviene un atto magico, una potente invocazione di Luce spirituale, quando all'azione esteriore corrisponde l'evocazione interiore del Sole spirituale, che sorge a fugare le tenebre che avvolgono l'Anima, ridestandola dal suo lungo sonno: affinché sorga il Sole all'oriente della mia coscienza addormentata, risvegliandola.
Tracciare un pentacolo con una bacchetta di nocciolo, resta un atto semplicemente meccanico, se il gesto fisico non è accompagnato da una potente immaginazione atta a proiettare l'immagine voluta, costruendola passo dopo passo, anche ad occhi aperti. Di ogni elemento del Rito, il Mago deve avere piena consapevolezza: dalle corrispondenze astrologiche alla costruzione dello spazio operatorio, dai sigilli agli strumenti adoperati. Come è lo Spirito a vivificare la carne, così è l'Intento a vivificare il Rito. Chi agisce senza consapevolezza di ciò che fa, senza cercare di intuirne il significato profondo, non può che restare vittima della propria illusione.
Occorre quindi maturare fin dai primi passi una grande consapevolezza di ciò che si sta compiendo, per evitare di restare vittima di uno dei più grandi pericoli della via cerimoniale: l'illusione di ritenere reali le forme evocate, senza comprendere che in realtà si tratta di potenze impersonali dello Spirito che, in quanto tali, non sono estranee all'operatore.
In Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo, Evola scrive: “Dal punto vista metafisico, l'evocazione magica non è che un modo indiretto per far emergere nella coscienza, in forme che rivestono un'appa-renza illusoria di individualità, poteri impersonali, i quali in ultima analisi esistono negli strati più profondi dell'es-sere. In ogni apparizione il processo è quello stesso per cui nel sogno una tendenza o una idea latente può manifestarsi in una immagine simbolica che le corrisponde. Così, quando l'evocatore crede reali le apparizioni, e tutta la situazione cerimoniale gliele fa apparire tali, fa, per così dire, un mito di se stesso e si divide, pone una barriera tra una parte di sé e un'altra parte di sé, la stessa barriera, in fondo, che limita la sua coscienza di veglia e la oppone ad un'altra parte celata dalla subcoscienza. La menomazione che ne deriva dal punto di vista dell'azione, Meyrink l'esprime così: sciagurati coloro che invocano un idolo e ne sono esauditi. Perdono il loro sé, perché non possono più credere di essersi esauditi da se stessi”.

 

Il Cervo Bianco Rivista - Estate 2015 - anno II n. 2

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